L'eredità sospesa: l'agricoltura italiana rischia di perdere il suo patrimonio di competenze
generazioni in agricoltura
11 Maggio 2026

I lavoratori agricoli sono sempre più anziani anche perché, nonostante l'innovazione tecnologica stia rivoluzionando il modo di coltivare i campi, il settore non sembra in grado di attrarre nuove leve. E le stesse dinamiche riguardano gli addetti stranieri, che hanno un peso sempre maggiore, ma che spesso arrivano in Italia in età adulta e puntano principalmente a raggiungere i requisiti previdenziali minimi.

In tutte le fasce d'età e in tutte le aree geografiche, poi, il tasso di permanenza dei lavoratori si va assottigliando: l'agricoltura italiana, insomma, fatica a trattenere i propri lavoratori, e dimostra di non saper offrire prospettive di lungo periodo. Il rischio maggiore è che si perda tutto quel bagaglio di conoscenze che i lavoratori più anziani di qualunque settore trasmettono ai più giovani. E che quell'eredità di competenze resti sospesa, come avverte la Cres Uila nel bollettino agricolo di maggio.

Radici profonde, rami fragili

Il quadro che emerge dall'analisi del decennio 2014-2024 è di un settore

che cresce in volume ma si svuota di energie fresche. Il totale delle giornate lavorate ha raggiunto nel 2024 il picco storico di 88,7 milioni, eppure sotto questa superficie produttiva si muove una crepa demografica che potrebbe rivelarsi irreversibile. Gli operai con più di sessant'anni sono più che raddoppiati nell'arco di dieci anni, superando quota 100.000 unità: nel 2014 rappresentavano il 5,7% della forza lavoro, oggi ne costituiscono l'11,2% e reggono quasi il 10% delle giornate totali del comparto.

A questa crescita degli anziani non corrisponde un ricambio generazionale adeguato. La fascia tra i 21 e i 40 anni — quella che dovrebbe costituire il motore del rinnovamento — si è assottigliata dal 45,2% al 40,6% del totale. È in questo squilibrio che si annida il rischio più profondo: non la crisi di produzione immediata, ma la progressiva evaporazione di un sapere accumulato in decenni di lavoro, destinato a svanire senza trovare chi lo raccolga.

Il vivaio fragile

A una prima lettura, la crescita della componente under 20 potrebbe sembrare un segnale incoraggiante. La quota di giovanissimi sul totale degli operai agricoli è salita dal 4,2% del 2014 al 5,3% del 2024, con il volume di giornate lavorate passato dall'1,8% al 2,5%. Tuttavia bisogna anche considerare che nel 2024 il 67,4% degli under 20 ha lavorato meno di 51 giornate l'anno, e solo il 3,1% ha superato le 180 giornate annue, soglia minima per parlare di impiego continuativo.

L'agricoltura attrae i giovanissimi, ma non riesce a trattenerli né a trasformare il loro passaggio in un percorso professionale strutturato. Il settore viene percepito come un approdo temporaneo, non come una vocazione o una carriera. A complicare ulteriormente il quadro, la componente straniera tra gli under 20 è scesa dal 40,7% del 2014 al 31,3% del 2024, segnale che nemmeno il serbatoio tradizionale della manodopera immigrata giovane sta alimentando il vivaio con la stessa intensità del passato.

Il grande esodo

I dati sulla permanenza lavorativa della coorte attiva nel 2017 rivelano che è in corso un abbandono sistematico. In sette anni, oltre il 60% di quella forza lavoro ha lasciato il settore. Nessuna fascia d'età ne è immune, ma le dinamiche più preoccupanti riguardano proprio i due estremi — i giovanissimi e i veterani — ovvero le categorie che rappresentano rispettivamente il futuro e la memoria del comparto.

Tra gli under 20 attivi nel 2017, quasi la metà aveva già abbandonato i campi dopo un solo anno; nel 2024, solo il 18,4% continuava a lavorare. Ma ciò che sorprende è il crollo parallelo degli over 60: partiti da un tasso di permanenza del 72,7% nel primo anno di osservazione, nel 2024 solo il 15,4% di quella platea era ancora al lavoro. Il logorio fisico, che si fa sentire già dopo circa tre anni, prevale sulla necessità economica. L'unica fascia che mostra una relativa stabilità è quella dei 41-60 anni, con un tasso di permanenza del 47,9%, ma affidarsi esclusivamente a questa coorte senza rigenerare le basi significa consegnare il settore a un invecchiamento senza ritorno.

Nord e Sud a velocità diverse

La crisi demografica dell'agricoltura italiana non si distribuisce in modo uniforme sul territorio. Secondo il rapporto Cres Uila in Calabria e Sicilia, regioni con un numero molto elevato di operai anziani, il tasso di sopravvivenza lavorativa dal 2017 è rispettivamente del 3,4% e del 4,0%. In Lombardia ed Emilia-Romagna, al contrario, un lavoratore ultra-sessantenne ha circa sei volte più probabilità di restare attivo, con tassi rispettivamente del 24,4% e del 23,1%. Il Centro Italia occupa una posizione mediana, con la sola Toscana che si distingue per resilienza, attestandosi al 22%.

Le donne over 60 resistono meno degli uomini

Un'ulteriore frattura emerge quando si analizza la permanenza lavorativa per genere. La quota di lavoratrici over 60 è quasi triplicata in dieci anni, passando dal 3,6% al 10,2% della forza lavoro femminile. Ma questo aumento in termini numerici nasconde una fragilità acuta: dopo sette anni il tasso di permanenza delle donne crolla al 7,5%, contro il 17,8% degli uomini. La probabilità che una lavoratrice anziana rimanga nei campi è dunque meno della metà rispetto a quella di un collega maschio — una disparità che il rapporto riconduce anche al carico di cura familiare che ancora grava in misura sproporzionata sulle donne più mature.

L'eredità che svanisce

È sul piano della trasmissione del sapere che la crisi demografica rivela il suo volto più silenzioso e più grave. Nel 2017, il 90,9% degli operai over 60 era nato in Italia: persone che portavano con sé decenni di pratiche colturali e conoscenza dei territori, capacità di lettura delle stagioni e dei suoli. Sette anni dopo, di quella coorte originaria di quasi 70.000 italiani ne restano attivi poco più di 10.000. Un buco di 60.000 operai anziani corrisponde alla scomparsa fisica di quella che il rapporto definisce la memoria storica del settore.

A riempire parzialmente questo vuoto sono i lavoratori stranieri. Dal 2014 al 2024, gli over 60 nati all'estero sono passati dal 9,1% al 17,1% del totale. La loro resilienza è persino superiore: il tasso di permanenza degli stranieri è del 17,6%, contro il 15,2% degli italiani. Ma questa maggiore tenuta,tuttavia, non è necessariamente frutto di radicamento nel settore: spesso il lavoratore straniero, arrivato in Italia in età adulta, resta sui campi spinto dalla necessità di maturare i requisiti previdenziali minimi. Una motivazione comprensibile, ma che non equivale a quella trasmissione intergenerazionale di competenze che l'agricoltura di qualità richiede. Il rischio, in questo scenario, è che l'Italia perda il legame tra passato e futuro che ha sempre garantito l'eccellenza delle sue produzioni.

I braccianti di ritorno

Il rapporto mette in luce un paradosso apparente ma significativo: tra gli over 60, più l'età avanzata, maggiore è la probabilità di essere ancora al lavoro. Nel 2017, solo il 13,8% di chi aveva 61 anni risultava ancora attivo nel 2024; tra chi ne aveva già 67, la percentuale sale al 23,1%. Tra i lavoratori con 67 o 68 anni e più, quasi uno su sei è presente in modo continuativo nei campi da almeno sette anni.

Questo fenomeno può essere letto in due modi complementari. Da un lato, suggerisce che oltre una certa soglia anagrafica restino in campo solo i profili più fedeli al settore, quelli per cui il lavoro agricolo è davvero una vocazione consolidata. Dall'altro, segnala che l'agricoltura svolge anche un ruolo di ammortizzatore sociale per chi è stato espulso da altri settori o per chi non può ancora permettersi di smettere di lavorare. In entrambi i casi, si tratta di figure che concentrano in sé un patrimonio di esperienza e competenza pratica che il settore non è attrezzato a valorizzare. E che presumibilmente non dispone di quelle conoscenze che andrebbero trasferite alle generazioni successive.