Il Parlamento Ue approva in via definitiva il regolamento sulle agevolazioni tariffarie per i paesi meno avanzati, senza modificare la clausola “fantasma” sull’import di riso. Una decisione che i produttori italiani avevano cercato di scongiurare in ogni modo: la clausola di salvaguardia è pensata infatti per offrire sostegno ai paesi in via di sviluppo e, nel caso del riso, consente di appicare dei dazi solo quando le importazioni superano del 45% la media degli ultimi dieci anni. Il problema è che questa media è già di per sé elevatissima, il che rende impossibile appicare la clausola. In Italia, che da sola rappresenta oltre il 50% della produzione europea, si stima che questo voto possa causare un danno di 4 miliardi di euro l'anno e mettere a rischio 100mila ettari di risaie.
Un voto ampio, ma contestato dalla filiera risicola
Il Parlamento europeo ha adottato in via definitiva la riforma del regolamento sul sistema di preferenze tariffarie generalizzate (SPG), lo
strumento con cui l'Unione europea concede agevolazioni commerciali ai paesi in via di sviluppo dal 1971. Il provvedimento ha ottenuto un consenso netto — 459 voti favorevoli, 127 contrari e 70 astensioni — e introduce tra le novità il recepimento di importanti convenzioni internazionali su diritti umani, ambiente e disabilità come condizione per accedere alle preferenze tariffarie.
Ad accogliere con soddisfazione il risultato è stato Bernd Lange (S&D, Germania), presidente della commissione per il Commercio internazionale e relatore del provvedimento: "Si tratta di una buona notizia per oltre 2 miliardi di persone in più di 60 paesi, che beneficeranno per altri 10 anni delle preferenze tariffarie ridotte o nulle concesse unilateralmente dall'UE". Lange ha anche riconosciuto la complessità dei negoziati, sottolineando che "per quanto riguarda il riso, disponiamo ora di un meccanismo che si attiva automaticamente in caso di volumi eccessivi di importazioni da paesi terzi". Per i produttori europei, tuttavia, quel meccanismo resta largamente insufficiente.
La "clausola fantasma": perché una soglia al 45% non protegge nessuno
Il nodo critico per la risicoltura italiana riguarda la clausola di salvaguardia inserita nel regolamento. Il meccanismo prevede il ripristino automatico delle tariffe doganali soltanto quando i volumi di importazione di determinate tipologie di riso superano del 45% le soglie medie degli ultimi dieci anni, calcolate paese per paese. Secondo le stime delle organizzazioni di settore, le importazioni a dazio zero ammontano attualmente a oltre 562mila tonnellate annue, una cifra ben al di sopra di quella ritenuta compatibile con la sopravvivenza della filiera europea, stimata intorno alle 200mila tonnellate. In concreto, il meccanismo si attiverà — a partire dal 2027 — solo al raggiungimento di circa 313mila tonnellate di importazioni dalla Cambogia e di circa 249mila tonnellate dal Myanmar: soglie superiori ai massimi storici mai registrati, il che rende di fatto inapplicabile la reintroduzione del dazio sul riso lavorato.
A pesare in modo particolare è la provenienza del prodotto: Cambogia e Myanmar, tra i principali beneficiari del sistema SPG, hanno più che raddoppiato le loro esportazioni verso l'UE nell'ultimo decennio, arrivando a coprire quasi un terzo delle importazioni totali europee. Una quota crescente è costituita da riso già lavorato e confezionato, venduto a prezzi strutturalmente incompatibili con i costi di produzione europei.
L'emendamento respinto: si puntava al 20%
Nel tentativo di arginare le conseguenze più pesanti per il settore, l'europarlamentare Carlo Fidanza aveva presentato un emendamento di ultima ora — sostenuto da una folta schiera di colleghi — per abbassare la soglia di attivazione della clausola di salvaguardia dal 45% al 20%. La proposta tuttavia non ha trovato i numeri sufficienti per passare. Il risultato riflette anche il peso specifico limitato dei paesi risicoli europei: appena otto, con l'Italia che da sola rappresenta oltre la metà della produzione continentale, una concentrazione che non è riuscita a fare massa critica nel dibattito parlamentare.
Confagricoltura e Copa-Cogeca: a rischio ettari, imprese e territori
Sul piano economico, Copa-Cogeca ha quantificato le potenziali ricadute negative: la "clausola fantasma" mette in pericolo 100mila ettari coltivati a riso di tipo Indica in Europa, con un costo stimato in 4 miliardi di euro a fronte di un vantaggio per i produttori beneficiari dell'accordo valutato in appena 18 milioni.
Le reazioni del mondo agricolo italiano ed europeo sono state nette. Confagricoltura ha evidenziato come la mancata modifica della soglia privi il settore di uno strumento di difesa davvero operativo: "La modifica era essenziale per garantire un meccanismo di difesa tempestivo rispetto agli squilibri del mercato negli scambi commerciali tra i produttori di riso dell'Unione europea e quelli dei Pma. Per il settore del riso, di cui l'Italia è primo produttore europeo con oltre il 50% dei quantitativi, significa mettere a rischio la tenuta delle imprese e dei territori rurali e difficilmente poter competere in un mercato globale sempre più instabile".
Pietro Milani, direttore dell'Airi (Associazione delle industrie risiere italiane), ha sintetizzato così la posizione della filiera: il risultato è "molto distante dalle richieste della filiera che in sede di negoziati aveva sollecitato le istituzioni comunitarie a prevedere la reintroduzione automatica dei dazi al raggiungimento di una soglia ritenuta più adeguata per tutelare la produzione interna, a circa 200mila tonnellate".
Una scelta che non tutela l'eccellenza italiana
Dure anche le reazioni dal fronte politico italiano. Il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida non ha nascosto la propria contrarietà alla decisione: "La decisione del Parlamento europeo di mantenere al 45% la soglia per l'attivazione della clausola di salvaguardia non ci trova concordi. È un settore che subisce la concorrenza di Paesi terzi che non rispettano i nostri stessi standard ambientali, i nostri standard sul rispetto dei diritti dei lavoratori. Il loro prezzo competitivo non deriva da eccezionali capacità imprenditoriali o dall'elevata qualità, ma dal loro modo di operare con pochissime regole. È una scelta che non tutela adeguatamente un'eccellenza, un comparto strategico per l'agricoltura come è quello della risicoltura italiana".
Ancora più diretto il vicepresidente vicario del Senato Gian Marco Centinaio (Lega): "Il Parlamento europeo ha dato un colpo mortale alla risicoltura italiana. Il limite del 45 per cento nelle importazioni da Paesi in via di sviluppo è semplicemente ridicolo. Non protegge un settore nel quale il nostro Paese è leader in Europa e apre le porte all'invasione di riso proveniente da realtà come Cambogia e Myanmar. Significa crollo dei prezzi, prodotti con scarsa qualità e più pesticidi, lavoratori sfruttati nei loro Paesi". E rivolgendosi alla presidente della Commissione europea, Centinaio ha aggiunto: "Von der Leyen ci risparmi altri proclami a sostegno degli agricoltori, più che le parole sono i fatti a parlare per lei".